Perdón, pero había un corte en la calle.
26 gennaio 2012 Da Lorenzzzo 1 Commento
Era la mattina del 24 Agosto 2011 quando ho girato questo video dal balcone di casa. Siamo sul Puente Pueyrredon, dove termina la 9 de Julio, con essa il municipio della Capital Federal ed inizia il conurbano sur di Buenos Aires. Vivo in questa casa da Febbraio 2011 e cose del genere succedevano almeno una volta a settimana. La strada che si vede nel video è un’arteria molto importante, collega Capital con il conurbano sud, passano di qua migliaia e migliaia di auto a qualsiasi ora del giorno, infiniti autobus e camion di giorno e di notte. Bloccare questa strada significa creare moltissimi problemi ai trasporti, ai pendolari ed a tutto il traffico in generale in entrata ed uscita da questo lato della città. Questo video è solo un esempio, visto che ogni volta i gruppi che bloccano le strade sono diversi. A volte sono movimenti di piqueteros strettamente legati a dei sindacati, in altre occasioni movimenti di disoccupati, dipendenti di un’azienda, di un ospedale o di una scuola. Diverse sono anche le motivazioni ovviamente e spesso le immagini davanti a noi passanti sono relativamente piú allegre di quelle che mostrano questo video. Molte volte mi è successo di rimanere in un certo senso isolato dalla città per via di questi blocchi, perché prendere un autobus da un altra parte e percorrere altre strade avrebbe significato camminare per diversi chilometri e trovare comunque le strade in tilt a causa del corte sotto casa. Un blocco stradale come questo - o come tanti altri anche molto più piccoli che avvengono spesso in pieno centro - fa girare le scatole a tutti, ovviamente. Fa girare le scatole a chi pensa che i b.occhi sono del tutto inutili e che queste persone non sono altro che svogliati di fatica ma a volte anche a me - nonostante in qualche occasione sarei voluto scendere in strada e partecipare alla manifestazione perché la protesta mi pareva giusta. In qualche caso ci si rende conto che certe manifestazioni sono fatte per protestare contro una casta, e allo stesso tempo difenderne un altra altrettanto forte, e se all’inizio del post ho scritto che questi blocchi “succedevano” almeno una volta a settimana è perché - magia! - dopo le elezioni Presidenziali di Ottobre il fenomeno è quasi scomparso, per riapparire almeno da queste parti solo il mese scorso per via di alcune leggi che il Congresso ha emanato negl’ultimi giorni del 2011. Questo perché in Argentina i sindacati hanno molto più seguito e sono molto più forti che in altre parti del mondo forse e questo potere lo usano per chiedere sempre qualcosa in più al Governo. Ma la pratica come dicevo non è messa in atto solamente dai poteri forti, e mettere tutte le proteste nela stessa pentola è sbagliato. Quello che è fuori dubbio è che la protesta - che sia per un potere politico, per un aumento di salario, per dei servizi migliori o a difesa di una scuola - non manca mai. Chi vive a Buenos Aires e gira per il centro tutti i giorni è oramai abituato a questi fatti. Mi è capitato in alcuni casi di imprecare guardando l’ora che avanzava ed il ritardo che aumentava, mentre invece quando non ho nessun orario da rispettare e magari sono a piedi me causan gracia gli automobilisti che pensano che tenendo le mani attaccate al clackson credono di aprire le strade ed arrivare prima a destinazione, i classici commenti di alcuni che non vedono l’ora che la polizia si decida a sbaraccare tutti i manifestanti con le buone o con le cattive maniere, o delle persone che si sentono sborbottare y hoy? qué quieren esos boludos hoy?. I blocchi stradali, le manifestazioni, sono così frequenti che ogni volta che si arriva in ritardo a casa dell’amata, al lavoro ed a qualsiasi appuntamento la scusa è sempre buona e credibile: perdón, pero había un corte en la calle.
Bignami Argento – settimana dal 16 al 22 gennaio 2012
24 gennaio 2012 Da Fritz Lascia un Commento

foto da http://www.zonu.com
- Un’altra volta l’aborto (o no) in prima pagina. Stavolta il caso individuale che fa discutere sui massimi sistemi è quello di una ragazzina di 11 anni della provincia di Entre Ríos, incinta per azione di un diciassettenne. Sua madre va all’ospedale e chiede un aborto terapeutico. La cosa passa in mano alla giustizia locale: perizie mediche, intervento a gamba tesa del ministro della sanità provinciale (“la natura è saggia”)… insomma, la gravidanza può continuare. Il codice penale parla chiaro: l’aborto non è punibile in caso di pericolo per la salute della madre, e in questo caso la ragazza ci ha il fisico e se le stiamo un po’ dietro non ci saranno problemi. Quando c’è la salute… ora, chi scrive è piuttosto un moderato, ma questo dato dell’età mi impressiona un po’. La bambina magari sarà una stanga di uno e settantacinque, ma sempre undici anni ha. Non è che stiamo facendo un’interpretazione un po’ troppo riduzionista della parola salute? Eppure, giudici e medici la pensano diversamente, il paesello si mobilita per trovare lavoro al futuro papà-junior, la famiglia ha cambiato idea, quindi è evidente che il senso comune va da un’altra parte e il disadattato sono io. Che si può dire? Auguri, di cuore.
- Ancora “un’altra volta”, ritorna il problema Malvinas/Falkland. Niente di grave, almeno niente di pratico, ma c’è stata un’interessante scaramuccia verbale quando il premier Cameron ha detto che gli argentini sono “colonialisti”. Evidentemente da qui la sparata è stata ricambiata cordialmente e con gli interessi, insomma il tema è tornato di attualità e qua e là abbiamo visto schemini di ripasso degli argomenti malvinisti di sempre – a un paio di mesi dal 30ª anniversario dell’inizio della guerra. Gli Stati Uniti poi hanno dichiarato che il problema merita una trattativa bilaterale, e la cosa è stata interpretata come un appoggio per omissione alla posizione argentina (“non hanno detto di chi è la sovranità”). I maligni, che non mancano mai, attribuiscono questo ritorno di fiamma alle difficoltà di Cameron, alle prese con la crisi europea e interna. (E anche qua, in tempi di incertezza, una bella causa nazionale non dà certo fastidio).
- Il governo ha completato l’iter per il controllo della carta per giornali, con la risoluzione 4 della Segreteria al commercio pubblicata questa settimana. La carta è ora un bene di “interesse pubblico”, e tutte le operazioni di importazione ed esportazione dovranno essere comunicate alla stessa segreteria. La più grande – virtualmente unica – cartiera nazionale, Papel Prensa, di proprietà di Clarín, La Nación e dello Stato, avrà l’obbligo di produrre al massimo della sua capacità operativa e di presentare e rispettare piani di investimento triennali per aumentare la produzione rispetto al fabbisogno nazionale. Dovrà inoltre stabilire e pubblicare un prezzo unico per la carta (Clarín e Nación non potranno più sfruttare l’integrazione verticale facendosi sconti da soli). Ovviamente questi due giornali sono i più critici con la nuova normativa, mentre fra gli altri “indipendenti” Ambito Financiero esulta (quella contro il monopolio di Papel Prensa era una battaglia storica del suo fondatore) e gli altri registrano senza troppi commenti.
- La Presidente sta finendo il suo periodo di convalescenza, e si prevede che mercoledí 25 tornerà all’attività. Finalmente, secondo questa simpatica colonna di opinione apparsa su Página12, certi intellettuali narcisisti e criticoni (tipo questi qua)potranno tornare a discutere di politica (non era opportuno farlo durante l’assenza di Cristina). A discutere, ma senza tanta esposizione mediatica, mi raccomando, per non fare il gioco dei poteri forti.
Niente Rocher per Elisabetta
21 gennaio 2012 Da Fritz 29 Commenti

il rex in amarcord - img da fantomas-cinemascope.blogspot.com
Botta e risposta fra La Nación e l’Ambasciatore italiano a Buenos Aires, Guido La Tella. Il giornale ha pubblicato un articolo intitolato “Il naufragio, drammatico riflesso dell’Italia d’oggi”. Elisabetta Piqué, la corrispondente dall’Italia, descrive il disastro della Concordia come metafora dei problemi dell’Italia. Anche calcando un po’ la mano:
Un’Italia in cui la norma è evadere le tasse, mentire, essere fanfaroni (nel miglior stile berlusconiano)…
…la povera Italia attuale, soffocata dal suo debito pubblico, dai suoi ritardi strutturali, i suoi scandali di corruzione, il malcostume…
Poi viene il parallelismo fra le due Italie, quella di Schettino e quella di De Falco
…un uomo che fa il suo dovere, di fronte a un altro che è la sua antitesi, che mente sfacciatamente…
il tutto accompagnato da citazioni di Travaglio e Aldo Grasso sulla stessa linea delle due anime dell’Italia.
Il giorno dopo, nella rubrica delle lettere al direttore, ecco la risposta dell’Ambasciatore (è l’ottava lettera dall’alto). Nei due anni di lavoro in Argentina è stato colpito molte volte dall’asprezza dei commenti sull’Italia, ma questa volta risponde:
…La Nación dovrebbe dare ai suoi lettori un’idea di cosa sia l’Italia nel suo insieme, con i suoi difetti – che non nascondiamo – ma anche con le sue enormi qualità, che la rendono un grande paese.
Non cito oltre, perché come dice l’Ambasciatore “la scelta di cosa valga la pena sottolineare è determinante”, e sia la lettera sia l’articolo meritano di essere letti per intero. Commenti?
Ana María Bovo
19 gennaio 2012 Da Gespo 2 Commenti

foto: santafeciudad.gov.ar
Quando nel 2008 sono venuto per la prima volta, faccia allegra da italiano in gita, a pestare le pietre delle strade di Buenos Aires, mi si fece assistere a uno spettacolo scritto e diretto da Anna Maria Bovo, di cui pur sforzandomi non ricordo il titolo. Ad ogni modo lo spettacolo mi colpì molto perché mi fece rendere conto di quanto il mio spagnolo fosse lacunoso e carente, tanto da non farmi capire pressoché nulla dell’opera. La considerai un’esperienza iniziatica e decisi di continuare a seguire, una volta tornato in Italia, le notizie riguardo a quest’autrice di cui si dicevano grandi cose. Narratrice per censo. Scrittrice per necessità, si dichiara amante dell’oralità e dell’estemporaneo. Curiosa osservatrice del mondo anni fa ha deciso di aprire una scuola per divulgare, diciamo così, le intrasmissibili tecniche della narrazione. Ecco, mi sembra che per un elzeviro possa essere sufficiente. Ora sciolgo la briglia e vi racconto la mia Ana Maria Bovo: maestra, sorriso, parola, silenzio. Uno dei primi crostoni da fessurata quando si emigra è l’adattamento. Ognuno di noi, secondo la propria anímica inclinazione, sceglierà l’ambiente tematico più affine. Io, narratore per elezione, sono andato a scovare la Bovo che da tempo riecheggiava nelle mie orecchie (anche se con accenti oscuri). Www eccetera ecco la pagina del Curso de Pensamiento Narrativo. Inizia a metà aprile. Manca meno di una settimana. Il caso non esiste. Pago la quota e mi presento alla prima lezione introduttiva in cui Ana presenterà il gruppo di docenti e darà il via alle danze. Uno stanzone afoso dell’ultimo piano di una scuola in Guatemala y Thames. Pieno Palermo viejo. Siamo tanti. Più di 50. Penso fra me e me “sto assistendo all’esprimersi di uno dei caratteri più controversi dell’argentinità: il gusto, anzi no, la necessità di raccontarsi”. E questo pensiero mi metteva in uno spudorato faccia a faccia con la mia fiorentinità sempre a caccia della pennellata che definisca il tratto, l’accento e in questo assai porteña, nel saperla sempre un po’ più lunga degli altri. Ebbene accade che il rimuginare frenetico di pensieri, il mulinello ellittico di atrocità mentali (ancora non lo sapevo) è l’iperuranio, il brodo primordiale su cui lavora Ana. Il suo stile, la sua scuola arrivano a far luce in quelle pieghe della memoria dove, pare impossibile, è nascosta la bellezza di ogni individuo. Ecco quindi che nell’arco dei primi 4 mesi del corso riaffiorano personaggi, luoghi, sensazioni, miraggi, accenti, sapori, colori e suoni stratificati nella vita di ognuno e tirati lì in un angolino come scartoffie a cui non si è dato molta importanza. È un rugginoso e cigolante baule che si riapre facendo apparire l’inatteso, il meraviglioso. E Ana e i suoi assistenti, come in una focina alchemica di apprendisti stregoni, aiutano a tirar fuori a scegliere quello che puó servire e quello che è meglio lasciare per preparare la pozione magica del racconto. Vi ho convinti? No? Aspettate adesso vi racconto cosa mi è succecceso in questi mesi. Certo anche io sono stato travolto dal mare magnum delle sensazioni, dei ricordi. Mi son sentito così tano nel raccontare, perchè a tratti mi mancava la parola, il lessico, la frase idiomatica che solo l’infanzia vissuta in un luogo ti consegna. Peró l’esperienza più grande per me è stato l’ascolto. Le storie di un’Europa in fuga dalle atrocità della guerra, della povertà, della violenza, del saccheggio. Ascoltate dai testimoni in seconda battuta. Figli di quegli italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, ma anche russi, slavi tutti insomma. Spinti dalla vita e dalla voglia di vivere, migliaia di miglia altrove. Abbandonando. Eccole lì quelle facce, quei volti, quelle espressioni spesso immaginati nelle lettere, nei racconti, nei romanzi del novecento. Eccolo lì quella brulicare di genti che, valigia di cartone alla mano, saliva il pontile di transatlantici dai nomi patriottici. Eccolo li il neorealismo. Ana ti ci accompagna dentro e che tu lo voglia o no ne fai parte e lo senti.
Narratrice per censo, dicevo, speculatrice dell’intenso. C’è anche del teatro nella sua tecnica ma non troppo. C’è della musica, ma quanto basta a scatenare il ruggito del ricordo unico vero metro, il solo scomposto primo passo che con educata dolcezza Ana ti porta a trasformare in armonica danza di pura oralità.
Bignami Argento – settimana dal 9 al 15 gennaio 2012
17 gennaio 2012 Da Fritz 2 Commenti

foto: carla bima (grazie!)
- Dall’inizio dell’anno, alcune centinaia di persone bloccano l’accesso al Cerro Famatina, presso l’omonima località al nord della provincia de La Rioja. Perché? L’idea è fermare un progetto di estrazione mineraria (oro, soprattutto) concordato fra il governo provinciale e un’impresa canadese (Osisko). Un progetto analogo era già stato avviato qualche anno fa, ma poi l’impresa (anche quella canadese) aveva rinunciato a causa della resistenza della gente del posto. La giornata di oggi – 16 gennaio – sarebbe stata la data d’inizio dei lavori di esplorazione da parte dell’impresa, ma finora pare che nessuno abbia cercato di forzare il blocco. D’altra parte il governatore della provincia ha dichiarato che non avrebbe represso la protesta. L’estrazione avverrebbe a cielo aperto, per macinazione e lisciviazione delle rocce, e, a parte le considerazioni politiche sull’opportunità di concessionare l’oro ad un’impresa straniera, i locali sono preoccupati per l’inquinamento e le ricadute negative sull’economia regionale (turismo, piccole produzioni frutticole). Secondo questo pezzo, il sindaco della località, che appoggia la protesta ed è dunque in conflitto con il governatore, avrebbe cercato senza successo l’appoggio della presidenza della nazione; se non è vero sembra verosimile, giacché dalla Casa Rosada non sono mai venuti segni di contrarietà all’industria mineraria. I manifestanti promettono di mantenere il blocco finché non verrà annullato l’accordo tra la provincia e la Osisko.
- A Tucumán, invece, la popolazione (…va be’, una parte) si mobilita per salvare la cosiddetta Casa Sucar, una costruzione dei primi anni ’20 (foto), che sarebbe minacciata dalla speculazione edilizia – insomma, la demoliamo e facciamo un condominio. La pratica per inserire la casa tra i beni patrimoniali di interesse municipale (prima non era nell’elenco) è stata iniziata al volo nei giorni scorsi, e quindi per alcuni mesi non si tocca niente. Poi se l’inserimento andrà a buon fine sarà il Sindaco a dover proteggere la costruzione.
- Scaramuccia ad inizio settimana fra la Fiat e il governo nazionale. La Fiat ha sospeso per due giorni la produzione (e di conseguenza i 2500 lavoratori) nello stabilimento di Córdoba, a causa di un ritardo nella consegna di pezzi da montare. I pezzi erano rimasti alla frontiera, bloccati da qualche intoppo nelle pratiche doganali. Il governo non l’ha presa bene, la ministra all’industria Debora Giorgi ha accusato l’impresa di atteggiamento “incomprensibile e meschino”, mentre la Fiat ha emesso un comunicato tutto zucchero (in apparenza) sulla buona predisposizione delle autorità e sui vantaggi della collaborazione. Incidente chiuso, ma certamente ocntinuerà il tira-e-molla fra governo e imprese, per limitare al minimo il numero e valore dei pezzi di provenienza estera, ma allo stesso tempo salvaguardare un’industria dall’alto valore occupazionale e anche simbolico.
- Problemoni per Mauricio Macri, jefe de gobierno della città di Buenos Aires. Prima le proteste contro l’aumento del biglietto della metropolitana da 1.10 a 2.50 pesos. Poi il conflitto con i cosiddetti manteros, cioè i copertari, i venditori ambulanti che presentano la merce sulla coperta stesa per terra, cui è stata proibita l’attività nella pedonale turistica della città, e che da giorni resistono allo sgombero. Secondo il governo della città, a parte la concorrenza sleale con i commercianti, la merce che vendono sarebbe di dubbia provenienza. Un problema simile a quello dei venditori di rèibban finti – oltre a mille altri articoli – da mesi in lotta con i negozianti e le guardie municipali di Córdoba. Infine, le accuse di aver ricevuto per la campagna elettorale fondi provenienti dallo sfruttamento della prostituzione. Lorena Martins, figlia di un ex-agente del servizio segreto argentino che adesso gestirebbe bordelli – e, peggio, una rete di tratta di donne – fra il Messico e Buenos Aires (ma non possono andare in pensione come tutti gli altri?), afferma che un collaboratore di Macri avrebbe ricevuto una busta con del denaro per finanziare la campagna. I soldi ovviamente proverrebbero dalle attività illecite di suo padre, e sarebbero stati destinati a proteggerle dai controlli comunali.
Un Dicembre argentino di 10 anni fa – IIª parte
12 gennaio 2012 Da Lorenzzzo 1 Commento

L’intenzione non è quella di iniziare l’anno nuovo parlando di cose vecchie, ma poco tempo fa, quando ho pensato di scrivere il post sul Dicembre Argentino del 2001, l’idea era quella di portare due testimonianze; una di un italiano che viveva qui in quell’epoca e un altra di un argentino, uno di quei personaggi che la società chiamerebbe “una persona comune”. Due persone che hanno vissuto quei fatti in maniera completamente diversa, naturalmente. Uno dall’esterno, da giornalista attento e lucido, ed un altro che invece nella crisi ci stava dentro e ci dà delle risposte molto più personali. Dopo Emiliano Guanella quindi ho passato la parola a Michel. La prima volta che ho chiesto a Michel se era disposto a fare una chiacchierata su questo argomento mi ha dato un secco no. Mi ha detto che erano diversi anni che non ne parlava e che non voleva neanche pensarci. Per lui quei fatti sono come una storia vissuta in un altra vita e che ora fa troppo male riportare a galla; dopo poco tempo però mi dice che ci ha ripensato, che quella mia proposta lo ha fatto ripensare a quei fatti, che parlarne non era poi una cattiva idea e che sì, questa intervista la facciamo. Grazie per la disponibilità, Michel.
Il Dicembre 2001 fu il momento culmine della crisi economica Argentina, quale fu il fatto che ti fece pensare per la prima volta “qui viene giù tutto”?
Il corralito, senza dubbio. Ricordo che iniziavo a vedere le file nelle banche ed agli sportelli automatici e non capivo perché c’erano queste code; subito dopo ho capito che non si poteva prelevare denaro dal proprio conto. In quel momento sentivo una realtà differente, non potevo avere a disposizione i miei propri soldi.
Dov’eri nei giorni più tragici e cosa ti è successo?
Ero andato a Jujuy con la mia famiglia e poi sono andato da solo a passare alcuni giorni in un paesino perso tra le montagne, diciamo un luogo senza comunicazioni dall’ esterno, dove per parlare al telefono si doveva fare un lungo percorso prima di trovare il segnale. Lo feci, quel percorso, e parlai con un amico che mi raccontò dei saccheggi nei supermercati di Buenos Aires. Credo che io in quel momento mi trovavo nel miglior luogo d’Argentina. Un posto dove neanche le cattive notizie potevano contaminare il paesaggio o il latte delle capre.
Quanto ha inciso la crisi nella tua vita, quali probemi ti ha principalmente creato?
Dopo 10 anni passati lavorando in una multinazionale molto conosciuta, sono rimasto senza lavoro come la gran parte della popolazione. I miei genitori morirono nel giro di pochi mesi. I concetti di solidità, sicurezza e fiducia, con rispetto a certe istituzioni, non esistevano più: una impresa n.1 al mondo mandava a casa la metà dei lavoratori e una banca in cui avevo versato dollari mi restituiva pesos, al cambio che la banca decideva. Il governo proteggeva una banca privata invece di un povero lavoratore. L’abbandono sociale innescava il “que se vayan todos”. Rimasi un anno senza lavorare e in una situazione molto critica. Mi ci volle molto tempo per recuperarmi, economicamente e non solo. Il concetto di affidabilità delle banche cambiò molto.
Il 20 Dicembre 2001 De la Rúa si dimette dalla carica di Presidente della Nazione; fu una buona o una cattiva notizia per te nel contesto di quell’epoca?
Qualsiasi cambio lo vedevo come qualcosa di positivo, l’apparizione di una speranza. L’arrivo di De la Rúa alla presidenza credo fu un riflesso di quanto stavamo democraticamente male. Eleggemmo un incapace. Le sue dimissioni furono una buona notizia sicuramente ma non c’era niente da festeggiare, in quel momento niente poteva essere motivo di festeggiamento.
Il Paese in pochi anni è passato da una situazione dove non si poteva fare niente per difendersi dalla dittatura militare ad una condizione dove non si poteva fare niente per difendersi dalle banche. Di chi sono le responsabilità?
Direi meglio interessi e senza parlare del caso militare se proprio devo trovare delle responsabilità sono convinto che sono dentro al Paese. Come ho detto prima, si privilegiarono gli interessi privati delle banche che diedero il colpo di grazia alla gente, avendo in quel momento il potere di restituire pesos invece che dollari nel migliore dei casi, e non restituire niente o farlo come e quando le stesse volevano, nel peggiore. Insisto nella mia opinione, le responsabilità sono dentro al Paese e sono delle persone che non verranno mai giudicate come invece sta succedendo con i militari, nonostante abbiano fatto del male come questi ultimi.
Nel 2001 ci sono state persone che hanno perso qualcosa, altre che hanno perso tutto ma anche chi in quell’epoca ha guadagnato economicamente molto. Hai un po’ di rabbia verso costoro?
La verità è che se ho della rabbia è nei confronti delle banche. Non so bene chi ha fatto soldi con quello che è successo, ma so che le banche sono ancora in piedi e con un sorriso istrionico continuano a dirmi che devo avere fiducia in loro e che ogni giorno hanno un buon piano di benefici per me. Se c’è qualcosa che mi fa rabbia è questo. Che non abbiano vergogna e continuino a dirmi che devo avere fiducia in loro, come se fossi un extraterrestre e non fossi a conoscenza di ciò che hanno fatto 10 anni fa qui sulla Terra.
Menem con la sua amministrazione degli anni ’90 è visto come uno dei principali colpevoli della crisi. Poco tempo fa Menem è stato rieletto un’altra volta senatore. Ne parlano tutti male in pubblico ma poi?
Credo che Menem ci abbia fatto vivere per qualche anno come dentro una bolla di sapone. Quella stessa bolla era una truffa. Noi abbiamo la responsabilità di avergli creduto. Credo che già da tempo sia pronto per il museo ma non ho risentimento, o più che altro non mi interessa pensare a lui.
C’é una foto che descrive, racconta e ti ricorda quello che è successo? Che immagini ci sono in questa foto?
In questa foto ci sono sicuramente i cacerolazos davanti alle banche. Persone di tutti i generi ma in particolar modo della classe media, fino alla classe medio-alta; persone che non si erano mai lamentate fino a quel momento perché mai qualcuno aveva messo le mani nelle loro tasche, mentre in questo caso ci toccò quasi a tutti. Dico quasi perché qualcuno (come i padroni delle banche) si è salvato. Quello che mi chiedo è se questa foto sia servita a qualcosa, se oggi qualcosa sia cambiato. In quell’epoca ebbi la possibilitá di parlare con un dirigente di banca in una riunione informale, senza cravatte, e quando gli chiesi cosa sarebbe successo con la mancanza di fiducia che si era creata verso le banche lui mi rispose: “la gente dimentica presto, un paio di anni e neanche si ricorderanno di ciò che sta succedendo”. Purtroppo credo che quel tipo avesse ragione, oggi continuo ad avere un conto bancario perché forse altrimenti sarebbe molto difficile appartenere alla società. Questo nonostante sia convinto che tenere soldi in una banca non è affatto sicuro.
Ogni paese ha avuto ed ha una epoca buona ed una cattiva, ci sono paesi che vivono costantemente in tempi duri ed altri che alternano le due situazioni. L’Argentina è uno di quei paesi dove la stessa generazione ha visto più crisi nella propria vita, ha visto il paese distruggersi e ricostruirsi, decadere di nuovo e rialzarsi ancora. Quante vite hanno gli Argentini?
Sì, ci sono state molte crisi ed io con i miei 54 anni ne ricordo due che marcarono la mia vita da adulto. A questa domanda però aggiungerei due parole, ossia, “quante vite hanno gli Argentini che sopravvissero“, perché questa crisi causò molte perdite difficili da quantificare. Credo che la società si ammalò e rimasero solo i più forti. Cosa successe al signore che aveva tutti i suoi risparmi in banca e gli prese un infarto quando la stessa le disse che non poteva toccare quei suoi soldi? Cosa successe ai suoi figli? E quel signore che rimase per strada perché perse il lavoro, gli prese una forte depressione e le sue figlie dovettero andare a lavorare? Che successe con i sogni del lavoratore? E dell’immagine di sforzo e di studio per crescere? L’immagine del trionfo del merito ha perso molto valore, i giovani vedono più possibile il successo attraverso un Reality che studiando, lavorando e arrivando in orario tutti i giorni. Questa è la vita che abbiamo perso – o alcune delle nove che avevamo.
Bignami Argento – Vacanze di Natale
10 gennaio 2012 Da Fritz 2 Commenti

foto lavoz.com.ar
Lo sappiamo che siete già al corrente di tutto, ma a questo serve il bignami: ad avere il riassuntino scritto sotto al banco, non si sa mai un vuoto di memoria. Allora, caro diario, durante le vacanze di Natale:
- uno: la Presidente ha avuto il cancro, poi invece no. A Cristina Fernández era stato diagnosticato un carcinoma alla tiroide. Il 4 gennaio è stata operata, la ghiandola è stata asportata e l’analisi istologica ha escluso formazioni maligne. Meglio così, no? Beh, insomma, adesso deve campare senza tiroide, prendere la sua tiroxina… era meglio se non si sbagliavano. Vi risparmiamo il dibattito (come sempre tanto più rumoroso quanto più stupido) sul perché e percome si sono sbagliati e sulle accuse incrociate di manovra mediatica tra governisti e oppositori se no sembra che viviamo in un paese di hooligans.
-due: due morti tragiche fra governo e dintorni. Il 20 dicembre Iván Heyn (34), sottosegretario al commercio estero, viene trovato soffocato nella sua stanza d’albergo, nel corso di una riunione Mercosur. Ipotesi: depressione o gioco erotico pericoloso. La notte di Capodanno viene ucciso Carlos Soria, appena eletto governatore della provincia di Río Negro (qui in una famosa foto da giovane, in compagnia di un noto vecchietto germanico). La principale sospettata è sua moglie Susana Freyroz, che gli avrebbe sparato con la .38 di famiglia durante una discussione coniugale.
-tre: anche questa notizia ha già avuto la sua ripercussione internazionale: la Glaxo, la multinazionale farmaceutica, è stata multata per circa 100.000 dollari dall’ANMAT, l’agenzia di stato per il controllo dei farmaci e degli alimenti. Multe di poco inferiori sono state comminate a due pediatri locali. Perché? Per alcune irregolarità riscontrate durante il test di un vaccino contro la polmonite e l’otite infantile. Le irregolarità erano relative al consenso informato dei genitori, alcuni dei quali sono risultati essere analfabeti o con problemi psichiatrici, e i cui figli quindi avrebbero dovuto essere esclusi dai test. Anche qui complottisti lanciatissimi (sembra la trama di Constant Gardener), secondo alcuni ci sarebbero di mezzo 14 bambini morti, ma per ora sembra si tratti solo di un problema amministrativo. Questo è il comunicato ufficiale dell’Anmat. Certo sarebbe bello sapere quanti di questi test vengono fatti in province periferiche di paesi periferici e quanti invece, per dire, a Milano centro…
-quattro: la siccità. Da qualche giorno a causa dell’ondata di calore non si fa altro che parlare del tempo, sembriamo una barzelletta sugli inglesi, ma dove le cose si stanno mettendo peggio è in agricoltura. Perdite grandi nel mais e discrete anche sulla soia, con conseguenti minori entrate per le casse dello stato via prelievi all’export. Si parla di un paio di perturbazioni in arrivo questa settimana e la prossima, anzi una dovrebbe essere già qui, ma la vista dalla mia finestra per ora dice il contrario.
Encargados
3 gennaio 2012 Da Gespo 8 Commenti

Mirar el río hecho de tiempo y agua
Y recordar que el tiempo es otro río,
Saber que nos perdemos como el río
Y que los rostros pasan como el agua.
Arte poética J.L. Borges
Ho smesso di dormire come la gente comune ormai da qualche anno, causa reflusso gastroesofageo. Una dottoressa sciamana nicaraguense mi crocifisse con una diagnosi certa: le 4 della mattina? L’ora dello stomaco. Accetto il responso e mi desto. Vorrà dire che andrò a letto prima. Ma tutto questo accadeva in Europa. Qua dove il mondo è a testa all’ingiù non soffrivo poi tanto. Fino a quando… Il lavoro, la famiglia, gli orari anti umani degli argentini… cenano alle ventidue… mah!
Ad ogni modo. Le levatacce sono una nuova america. Scoperta su scoperta che tira. E allora mi incammino prestissimo per Las Heras, giá con alto transito fin dalle 5 della mattina e, miei cari piccoli lettori, scopro un universo.
Giunti Claber che scattano, filettature da ¾ di pollice che s’avvitano. Ecco; per un dovunque porteño di ogni barrio, metri e metri lineari di sistole che si srotolano, nel madrugar cotidiano de los Encargados.
Acqua. Buenos Aires è una città galleggiante. È la citta per eccellenza dell’elemento fluido. Ah! Rido di Venezia. Mi lasciano indifferente certe boat ville dell’asia. Qui l’acqua domina inosservata. Vicino al rio più grande del mondo, quella che oggi è un’urbe che si mueve frenetica o al ritmo del dos por cuatro era in origine una pianura alluvionale. Maldonado, Reconquista, Matanza, prima ancora d’esser toponomastica sono i nomi de los arroyos, (i torrenti) intubati nella prima metà del 900.
E tuttavia eccoli lì indefessi, puntuali, atemporali los encargados della grande città aprire i rubinetti e dar sfogo a una sinfonia de mangueras che accompagna i miei passi per le quindici cuadras che separano casa dal lavoro. Tiraacqua, cenci e scope di saggina, armonici tanghéri dell’albeggiare, puliscono gli spaziosi marciapiedi un po’ rottini, e innaffiano spingendo lo zozzo più in lá.
Bravi gli encargados. Con il loro florilegio di buongiorni e di prego e di mi scusi. Il mezzo inchino, usanza di cui ormai sono gli unici, ultimi depositari. La battuta circostanziale sul tempo. L’indicazione al passante. Qualcuno il tono burbero ma mai irriverente. A tratti beffardo. Ecco sì il sussiego beffardo degli encargados che tanto mi aggrada. Mentre compiono il rito dell’innaffiatura della città essi celebrano una sorta di pachamama non codificata. Irrorano con metri cubi di flusso ininterrotto avenidas, calles e pasajes.

Poi fatti quei venti metri, contento e compiaciuto per questa città bellísima, angustiante e sbruffona, ti ricordi della copla di un tango che suona pressapoco così.
Igual que baldosa floja
salpico si alguien me pone el pie
e il tubo stirato dei pantaloni freschi d’armadio s’è già fatto merda con lo schizzo vigliacco della mattonella che pencola. Così finisce la poesia degli encargados, in cinque cuadras di parolacce in cui non vuoi nemmeno immaginarti che diamine di immonda lordura ti si sia scaricata addosso. Sotterranei calamari dei cunicoli bonaerensi.
Buone Feste!
25 dicembre 2011 Da Fritz 1 Commento

img: arzobispadocba.org.ar
La nostra pallina azzurra si è guadagnata un altro giro intorno al Sole (ed è gratis, alla faccia degli spread), e Largentina si prende qualche giorno di vacanza, in mezzo al gigantesco traffico di pandori e dulce de leche tra i nostri due paesi. Ci rivediamo nel 2012, buone Feste a tutti e grazie per far parte di questa piccola grande comunità transatlantica!
Un Dicembre Argentino di 10 anni fa.
22 dicembre 2011 Da Lorenzzzo 7 Commenti

Il Dicembre 2001 in Argentina inizia con il corralito, le misure bancarie restrittive che il Ministro dell’Economia Domingo Cavallo emette il primo giorno del mese. Il 20 Dicembre il Presidente de la Nación, De La Rua, rinuncia alla sua carica e si dimette. Il 2 Gennaio Duhalde diventa Presidente. La piazza si riempie di gente. Ho fatto qualche domanda ad Emiliano Guanella, un giornalista italiano che vive in Argentina dall’Ottobre 1999 e di cui in questo blog si è già parlato tempo fa in occasione di un suo libro, “50 volte Diego”. Volevo il punto di vista di un italiano che era qui in quei giorni e che avesse l’occhio lucido ed obiettivo del giornalista. Ringrazio Emiliano per la disponibilità.
Il Dicembre 2001 è stato il momento culmine della crisi Argentina, tu eri qui già da un po’; qual è stato il momento o il fatto che per la prima volta ti ha fatto pensare “qui viene giù tutto” .
Io ero qui dall’ottobre 1999, e già durante tutto il 2000 qualcosa si capiva. Il Fondo Monetario iniziò a chiedere molto di più e l’ arrivo di Domingo Cavallo al Ministero dell’ Economia (20 Marzo 2001 ndr) fu sicuramente un segno di come stavano andando le cose nonostante c’erano alcuni settori che pompavano il sua arrivo come risoluzione dei problemi. La sua missione era abbastanza specifica, portare a termine certe politiche tra cui quella di bloccare i depositi ed in un certo senso cercare di fare un succo con delle arance che erano già del tutto spremute. Questa era una situazione paradossale, perché si cercava di fare una politica di tagli su un qualcosa che era già distrutto, perché i salari erano già lontani da quello che dovevano essere, perché la disoccupazione era altissima, la produzione era bloccata e quindi era assurdo che l’Argentina potesse pensare di tirar fuori delle risorse da una situazione del genere. Detto questo, il corralito è stato decisamente l’ evento che ha fatto capire che la situazione era precipitata.
Dov’ eri nei giorni più tragici e cosa ti è successo?
Io avevo programmato un viaggio in Italia, era la prima volta che tornavo per Natale. Le manifestazioni per il corralito erano già iniziate ma si pensava che fossero di quelle cose che durano una settimana poi tutto torna alla normalità, come succede spesso. Quindi io parto per Milano, il 17 ed il 18 vado a Roma per questioni di lavoro ma vista la situazione che era scoppiata in Argentina vado a Fiumicino e prendo direttamente un volo per Buenos Aires senza fare Natale e senza nemmeno ripassare per casa a Milano a prendere le mie cose. Dal 21 in poi ho praticamente passato piú di un mese lavorando 15 ore al giorno tutti i giorni ed è stato un periodo professionalmente incredibile; però insomma, perché c’erano un sacco di storie da raccontare, la routine di quei giorni era di giorno raccontare il disastro, i protagonisti politici ed i Presidenti che si susseguivano, tutte le emergenze dominate dall’irrazionalità e di notte raccontare la protesta perché tutte le sere dalle 18 in poi c’ erano i cazerolazos che a volte si trasformavano in scontri forti. Alcuni fatti erano conseguenza naturale dello scontro tra polizia e manifestanti mentre altri era chiarissimo che erano costruiti ad arte. E’ palese che la crisi c’è stata, che la protesta c’è stata, però anche che certi scontri di piazza sono stati costruiti per destabilizzare ed accelerare il processo che si voleva: che Duhalde ed il Peronismo della Provincia di Buenos Aires andassero al potere, come poi è successo. Con Duhalde la situazione della piazza si “tranquillizza”, nel senso che non ci sono più le grandi proteste; continuano i blocchi stradali, i piqueteros ma non ci sono le proteste di migliaia e migliaia di persone. Tutto il 2002 per me e la mia professione è il racconto del paese che lentamente cerca di uscire dal tunnel; c’era tantissimo interesse perché poi c’erano delle forme di resistenza anche semplici che erano storie di una società che aveva voglia di tornare alla normalità nonostante tutto fosse distrutto, le fabbriche chiuse, il calcio, le file al Consolato italiano, le tensioni ancora forti, insomma una polveriera incredibile dove le storie da raccontare era davvero tante.
Nel 2001 c’è chi ha perso qualcosa, chi ha perso tutto ma anche chi ha guadagnato molto in una situazione tragica, come gli esportatori.
La ragione per cui l’ Argentina oggi sta bene è perché c’è una campagna che esporta e vende in dollari i prodotti che sono consumati in pesos. E’ la ragione per cui il governo argentino oggi ha cassa, si può permettere di avere dei piani di assistenza sociale e di non dipendere dal Fondo Monetario, perché ha le royalties sull’ esportazione di questi prodotti. In realtà questa è una “repubblica della soia” che si basa soprattutto sull’ agribusiness e se andiamo a vedere, le entrate fiscali del governo dipendono per più del 50% dalle royalties sulle grandi esportazioni. Lo scontro che c’è stato tra Cristina Kirchner con il cosiddetto campo è stato per lo più mediatico, perché non raccontava la veritá della situazione; il governo voleva di più da quella che oggi è la fonte principale di ricchezza del paese, come lo sono altre materie prime per altri paesi sudamericani. Questa è una grande differenza che c’è con l’ Europa; qui ci sono le materie prime ed anche se in gran parte sono vendute da privati come nel caso della soia, lo stato pone delle tasse altissime che i produttori pagano perché nonostante questo continuano a guadagnare tantissimo. La ricchezza proveniente dalle esportazioni del campo è la ricchezza dell’ Argentina, senza questo il paese dovrebbe probabilmente ancora dipendere dal Fondo Monetario.
Menen con la sua epoca denominata “pizza y champán”, è visto come uno dei principali responsabili di ciò che è avvenuto e la crisi conseguenza della sua gestione del paese negli anni ’90. Menem è stato rieletto Senatore di nuovo. Ne parlano tutti male, in pubblico, ma poi?
Menem ha rappresentato e rappresenta in un certo modo una caratteristica dell’Argentino, non l’unica ovviamente e fortunatamente, come Berlusconi in Italia. Una società individualista dove il furbo è il più intelligente, dove la meritocrazia non è diffusa, dove le regole del gioco cambiano e soprattutto dove nessuno si scandalizza né per i casi di corruzione ne per il fatto che un Presidente ostenti ricchezza e in qualche modo spregio delle regole. Menem che girava in Ferrari o che invitava Xuxa (nota presentatrice tv brasiliana, ndr) alla Casa Rosada è l’ equivalente del bunga bunga di Berlusconi; rappresenta un principio per cui se a lui va bene andrà bene anche a tutti noi. Menem nel 1995 fu rieletto con una percentuale altissima e dopo tutto quello che era successo, dopo la crisi, dopo che era chiarissimo che l’ 1 a 1 Peso-Dollaro fu sbagliato all’inizio ma soprattutto che fu un errore non uscirne prima, nel 2003 viene votato ancora dal 25% della popolazione. Il modello Menem era vincente e trionfante negli anni ’90 allo stesso modo come per 14 anni Berlusconi è stato appoggiato dagli italiani. Se andiamo poi a vedere i numeri elettorali, forse alcuni di quelli che hanno votato Menem hanno poi votato De La Rua e ora votano Cristina, anche questo è il Peronismo che accetta qualsiasi posizione, al punto che oggi Menem è stato inserito e rieletto Senatore con una lista che appoggia Cristina Kirchner, dopo anni di critiche verso la Presidente.
La crisi Italiana, la crisi Argentina. Quali sono secondo te le cose che accomunano i due paesi in questa situazione?
Ci sono delle somiglianze dal punto di vista della crisi. Ma ci sono delle grandi differenze economiche. Differenze perché il debito pubblico dei paesi Europei è diverso dal debito estero che aveva l’Argentina, per la struttura sociale ed economica del paese e sia perché l’Argentina arrivò a delle conseguenze come il corralito che sono misure possibili solo in paesi che non sono legati in una unione economica come quelle dell’Italia con l’Unione Europea. In Sudamerica ogni paese decide per sé e non in base a quello che dice il Mercosur. Penso che in Italia non possa succedere quello che è successo in Argentina semplicemente per il fatto che non sarebbe possibile che all’ interno della UE uno Stato possa bloccare i conti correnti. A livello macro economico il rapporto fra peso e dollaro può avere delle somiglianze molto lontane con il passaggio dalla lira all’euro. La competitività delle imprese italiane è cambiata; prima erano più competitive perché aveva più valore il made in Italy, perché c’era un sistema industriale molto solido ed anche perché vendevano prodotti in lire, una moneta debole, in mercati dove in quella maniera si poteva vendere molto bene. L’attuale mancanza di competività dell’ Italia è dovuta in parte anche a questo. A livello di sensazione generale secondo me, italiani e argentini sono molto simili, ci mettono sempre troppo tempo a rendersi conto delle cose, non vedono e non vediamo la mazza fino a quando non la si prende in testa. In Italia c’era un Ministro dell’ Economia che fino a cinque mesi fa diceva che il paese era fuori dalla crisi mentre ora ci siamo dentro e pagheremo con la manovra che verrà emanata. Quello che ha insegnato l’argentina è che l’ Argentino si incazza ed ha la capacità di creare una protesta, cosa che in Italia non esiste, perché siamo ancora convinti di far parte del primo mondo e che certe cose succedono solo nelle Repubbliche del terzo. In realtà mi auguro che qualcosa di questo sia vero perché spero che l’ Italia da qui ad un anno non viva la stessa situazione che ho visto vivere in Argentina nel 2001. Le situazioni sono diverse però gli italiani e gli argentini sono molto simili nell’accettare che le regole non sono uguali per tutti, che chi non paga le tasse è furbo ed il furbo vince, e sono simili anche nell’illudersi che vada tutto bene. Il “pizza y champán”, con gli argentini che andavano in vacanza e sperperavano perché avevano una moneta che assomigliava al dollaro senza rendersi conto che era proprio quella moneta che stava distruggendo il paese è molto simile alla nostra situazione: italiani che fino a poco fa o forse ancora adesso riempiono i luoghi di villeggiatura e fanno mutui per avere il suv. Ma questa è una cosa antropologica e non scientifica; a livello economico le due cose sono molto diverse.
A proposito di proteste, quali differenze vedi tra quelli di 10 anni fa e quelle di oggi?
Credo che il 90% delle proteste di oggi siano gestite da gruppi organizzati e non spontanee come qualcuno crede. Le proteste che oggi si vedono nel centro di Buenos Aires tutti i giorni, sono nella stragrande maggioranza manifestazioni che difendono interessi spesso di casta, di un sindacato o di un altro. Il 2001 fu un caso anomalo della protesta argentina e quella sì che era una protesta spontanea. Erano proteste che venivano da situazioni diverse e che per un momento sembravano unirsi ma già dopo poco mi resi conto che ciò non sarebbe stato possibile. C’era la protesta dei piqueteros, di gente che chiedeva un piano sociale o un lavoro, perché soffriva indigenza e povertà e altre persone che legittimamente si univano alla protesta avendo in banca 50mila dollari che non potevano tirar fuori. Ricordo che uno dei motti era “piquete e assemblea, la protesta è una sola”, invece no, perché una protesta era individuale mentre l’altra era collettiva. Le due proteste si univano ma si capiva che non sarebbero mai rimaste insieme. Infatti quella individuale è morta; la signora di Barrio Norte che era scesa in piazza con la pentola è tornata a casa e non ha più protestato, quella collettiva invece si è politicizzata ed in qualche caso ha ottenuto dei risultati con dei piani di lavoro o le fabbriche recuperate, ma una gran parte si è trasformata in protesta di categoria, per avere un po’ più di potere rispetto agli altri ed anche rispetto al governo.
C’è una foto che racconta e ti ricorda ciò che è successo in Argentina 10 anni fa. Che immagini ci sono in quella foto?
A Buenos Aires è molto simbolico chi arriva prima a Plaza de Mayo e c’erano delle volte che la piazza era dei cacerolazos ed altre che era dell’assemblea. L’unica volta che credo si siano incontrati davvero sono state le sere del 20 e 21 dicembre, quando in piazza c’era di tutto. Credo che la molla sia stata quando De La Rua il 19 dichiara lo stato d’assedio, e la popolazione dice che non è possibile che si permetta di fare questo. La paura era tanta anche perché nonostante l’Argentina fosse oramai un paese democratico, tutte le persone da 40 anni in su avevano già vissuto gli anni della dittatura; ma quando si sono resi conto che i militari non sarebbero scesi per strada la gente ha preso la piazza. E la foto è questa, quella di due classi sociali argentine, dal piquetero alla signora 50enne bionda di Barrio Norte, due facce che non si erano mai guardate, che si incontravano per la coincidenza storica del momento, nella stessa piazza, protestando contro la stessa gente, gridando que se vayan todos. Slogan totalmente fine a se stesso perché poi non se n’è andato nessuno e molti politici sono gli stessi di 10 anni fa, che hanno cambiato bandiera e discorso. Poi un’altra foto è quella del 28 dicembre, quando ci fu un cacerolazo partito da Plaza de Mayo e che terminò a Congreso. Un cacerolazo pacifico ma la cosa strana era che c’era pochissima polizia a presidiare l’edificio istituzionale al punto che un gruppo di circa 50 persone ha dato fuoco alla porta del Congreso ed a qualche sedia ed un tavolo all’ interno. Era chiarissimo agli occhi del giornalista che era una cosa tutta organizzata, perché era impossibile pensare che non ci fossero poliziotti davanti al Congreso ed infatti Rodriguez Saá il giorno dopo presenta le dimissioni dalla carica di Presidente e poco dopo entra in carica Duhalde. Era il Peronismo della Provincia di Buenos Aires che era andato con preciso mandato e con il via libera dalla parte delle forze dell’ordine per bruciare il Congreso. La foto nel mondo era il Congreso in fiamme in Argentina ma noi che eravamo lì ci rendevamo conto che era tutta una pagliacciata. Se veramente fosse stata una protesta sociale esplosiva con elementi che volevano distruggere l’ordine pubblico sarebbe continuata, invece miracolosamente con Duhalde che diventa Presidente le proteste diminuiscono velocemente, mentre continuano i cacerolazos che però si spengono anch’essi in poco tempo.
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