Avenida Cabildo sarà lunga tre-quattro chilometri, non di più. Attraversa tutto il quartiere-bene di Belgrano e ne è il centro commerciale, decadente e brulicante. Gli autobus vanno in terza fila per sorpassarsi a vicenda. I taxi come sempre sono schizofrenici, vanno ai 10 km all’ora quando sono vuoti e quindi in modalità "prendimi-prendimi-prendimi", poi appena hanno un cliente a bordo si fiondano in mezzo al traffico sfanalando chiunque vada a una velocità inferiore ai 70 all’ora. I pedoni cercano di attraversare la strada in qualsiasi modo e momento. Non di rado alcuni rimangono bloccati tra i due sensi di marcia, e devono tirare indietro la pancia per non essere falcidiati dalle moto. Le moto. Secondo me sono quasi una new-entry, stanno aumentando a dismisura. Sono tutti pony express ed è chiaro che li pagano a cottimo, altrimenti non rischierebbero in quel modo la loro vita e i miei specchietti. In tutto questo girone infernale uno avrebbe voglia di mettere il pilota automatico e potersi dedicare finalmente anima e corpo all’osservazione delle pubblicità gigantesche che addobbano gli edifici.









La globalizzazione fa assomigliare tutte le capitali del mondo, ma il traffico di Buenos Aires è paragonabile a poche altre metropoli, tra cui Il Cairo, Mumbay e Napoli. M’accorgo che le stesse tendenze nefaste, che da noi hanno già preso saldamente piede, si stanno replicando come in una pandemia in tutti i grandi centri urbani del mondo e che, laddove ancora non sono arrivate, gli abitanti le anelano, quale sengno di sviluppo e opulenza. Mi chiedo se abbia più un senso cercare di fuggire da questa realtà globalizzata per ritrovare le stesse cose dall’altra parte del mondo, ovvero gente che le desidera e invidia chi ce l’ha. Forse basterebbe solo rifugiarsi un uno dei tanti paesini morenti a pochi km da casa e morire con loro.
Bruno,la tua considerazione è più che legittima e me la pongo spesso anch’io. Probabilmente nell’Argentina profonda le cose sono un po’ diverse e si notano differenze più profonde con il primo mondo, ma in una città come questa,megalopoli globalizzata, si corre il rischio davvero di aver fatto un sacco di chilometri per trovare la stessa solfa, lo stesso stile di vita, gli stessi ideali.