Il verde a Buenos Aires – città devi andartelo proprio a cercare. I palazzi alti, antichi e moderni, sono stretti uno accanto all’altro in monoblocchi che sembrano essere stati calati dall’alto e piantati lì, manzana dopo manzana. I marciapiedi sono grandi, spaziosi ma tra una mattonella di cemento grigio e l’altra ci sono pochi esemplari di vegetazione, anche in quartieri in cui la città si abbassa e le case diventano eleganti villette unifamiliari, il verde si lascia desiderare. E’ cosi, seguendo le mollichine lasciate da Tanoka-pollicino, cammina e cammina, sono arrivata anch’io al Parque Centenario. Come una bimba felice che scoperchia la scatola dei suoi giochi preferiti, mi sono persa la prima oretta di sole tra le decine di bancarelle che fasciano il parco, tra ciondoli ambrati, specchietti e lustrini, lavoretti di artigianato in legno, in ferro, stoffe, sonagli, mele rosso vernice ricoperte di pop-corn, tutto ciò che rimandava di minuto in minuto l’entrata al parco …fino a quando le note dolci di un flauto di Pan che accompagnavano la mia curiosità, vengono coperte e infrante dal suono grasso di tamburi in lontananza…è sabato, penso, non saranno certo quelli dei dimostranti (che scendono in strada un giorno si e l’altro pure!) mollo tutto e, con passo ipnotico, mi dirigo verso l’entrata. Attraverso il parco come se entrassi in una giungla, i ritmi ossessivi dei tamburi sempre più vicini fanno di me un’esploratrice in sahariana, ad accogliermi, però, ci sono delle innocue paperelle agitate e ochette paffute che fanno gli onori di casa. Mi lascio alle spalle la coreografia semplice di un fontanone a 8 zampilli secchi e alti che si tuffano in un laghetto rotondo e mi avvicino alla musica che si fa sempre più forte, le mazzate dure sui tamburi spaccano l’aria, gonfiano il suolo, rimbombano e ti rimandano indietro di secoli. E’ il ritmo di un gruppo di percussionisti che si esercitano all’aria aperta, suonano una variante del candombe, una musica originaria dell’Uruguay, ne ho già incontrati tanti e in diverse occasioni, ma mai visti da cosi vicino. Il ritmo primitivo risveglia i sensi, il desiderio di lasciarmi andare, dondolare sulle ginocchia come loro, tirare le braccia al cielo, scuotere la testa e liberarmi in una danza tribale, è forte…ma resisto anche questa volta e lascio la scena a loro due, ai loro 5 anni, alla loro innocenza, alla loro vitalità.









katia, come al solito un sacco di poesia!
Katia,ben venga la poesia!
Se vuoi ,da poveri o presunti poeti,ce le potremmo anche scambiare…..
Ah,Katia dimenticavo,per non urtare nessuno,il mio indirizzo mail è:
tanozar@yahoo.it ed il mio povero blog
s’intitola:www.pescefrittobis.blogstop.com
Ciao
Grazie Attilio, passo spesso tra le tue poesie, ho letto del tuo progetto in partenza, in bocca al lupo!! ;)