Una lunga passeggiata, nel giorno e nel mese meno indicato dell’anno, mi ha portato alla scoperta della Reserva della Costanera. Con questo caldo, con quest’umidità, non era proprio il caso camminare sotto il sole per ore, ma il richiamo del Rio, la speranza che lo sciabordare delle sue onde mi refrigerasse almeno le idee, è stato più forte. Il trapasso dalla città alla riserva, veloce e violento, è questione di passi: uno in avanti e si è in piena campagna, uno indietro e si è in piena città, in quella a dimensione superuomo, fatta di vetri e specchi lucenti in ascesa che sventolano su Puerto Madero. 
Per parecchi metri, mentre calpesti il sentiero di terra battuta e secca, li senti lì, dietro di te, avverti il peso di questi mostri brillanti che “ganaron la tierra al Rio”, che continuano a seguirti fino a quando, scendendo verso il fiume, finalmente si ritirano e scompaiono dalla vista.
La natura in questo punto potrebbe riappropriarsi dei suoi spazi, ma purtroppo non ce la fa. Gli scogli che arginano le onde sono inzeppati d’immondizie.
Il colore cupo del fiume restituisce l’idea del degrado e l’abbandono in cui versa. Più di una volta mi sono interrogata sull’ambigua relazione che Buenos Aires ha con il suo Rio, il grande assente. Qui, in questo punto, al margine, sembra proprio che la città più che affacciarsi nelle sue acque le dia le spalle e lo rinneghi per l’ennesima volta.
Lungo la strada del ritorno, tra angoli di jungle e piattaforme dove scoprire piante autoctone (come el Flor de Ceibo dichiarato fiore nazionale),
ho incontrato dei simpatici e frettolosi amici pelosi in posa, per me, giusto il tempo di un click.












Questa povera riserva deve lottare non solo con il degrado ma anche con gli interessi che la vogliono per sè visto il valore dei terreni (speso ci sono degli incendi dolosi), è un vero peccato che non sia curata.