¡Katia vení! Sono già passate da qui più 250000 persone! Ricevo una mail con questo invito da parte del Governo della città a una settimana dalla chiusura del Festival del Tango. Caspita quanta gente, esclamo, ma subito dopo penso: come saranno entrate tutte queste persone nel Punto de Encuentro? 
Anche se a più riprese e distribuendo l’afflusso nell’arco della giornata, la sede principale destinata all’evento è veramente ridicola. El Punto de Encuentro, l’hanno chiamato cosi, è quello che di più vicino possa esserci alla definizione geometrica di punto. Per arrivare alle dimensioni, alla superficie su cui sgambettavano, cantavano e suonavano, liberamente e contemporaneamente, i protagonisti dell’edizione passata, quelle cioè del Gran Salon Harrods, ce ne vorrebbero almeno 4 di Punto de Encuentro come questo di Mitre al 575. Una saletta stretta e lunga (la più piccola che abbia visto fino ad oggi destinata ad uno spettacolo) ospita il festival del tango, proprio quello che l’Unesco, un anno fa, ha dichiarato patrimonio culturale dell’umanità. Prestigio e importanza sacrificati in un angusto corridoio.
Un palcoscenico incastonato nella larghezza delle pareti della sala, due piccole nicchie per esporre qualche paio di scarpe da ballo, pochi libri e pochissimi cd. C’è persino un bar. All’ingresso, a ridosso delle spalle larghe dei vigilantes, nell’orario di punta, si aggomitola un ingorgo di gambe: quelle sinuose dei ballerini, circoscritti in una misera pista de baile, che si accavallano a quelle di tutti i visitatori che, giustamente, usano l’ingresso per entrare e uscire.
Luci, paillettes, colori e fascino tutto spento. Del resto alle pareti ci sono delle semplici aplique in plastica mica i lampadari di cristallo di Harrods. 
Rimango attonita, con la stessa espressione e colorito viola che immortala Tita Morello nei poster che tappezzano la città. Eppure B.A. è piena di edifici bellissimi, enormi, lussuosi, sale e saloni dove far scivolare un festival di questa portata. Fosse solo per compensare il viaggio dei tantissimi turisti che accorrono qui per l’occasione. Ma non è una questione di location. I tagli alla cultura previsti dal governo Macri diventano visibilmente incisivi. Qualche cinema che scompare, teatri che rischiano la chiusura, dipendenti in paralisi da mesi. A poco servono gli accorati appelli degli artisti. Ho sempre la stesso stupore quando, a fine spettacolo, musicisti, attori, cantanti di turno riservano 5 minuti della loro esibizione per la denuncia, la condanna a suon di nomi e cognomi. Condanna, disapprovazione che puntualmente raccoglie il sostegno e l’applauso caldo del pubblico ma che, a quanto pare, solletica le orecchie degli addetti ai lavori.









quest’anno davvero un flop, l’avevo detto io l’anno scorso che una delle poche cose positive del mondiale era poter entrare da Harrod’s… http://www.largentina.org/2009/08/17/mundial/
Sí, Katia… anch’io ho avuto questa sensazione di un posto troppo piccolo… troppo spento per un festival d’interesse per tanta gente… Chi era che aveva detto:”Va a estar buena Buenos Aires”?