Un Dicembre Argentino di 10 anni fa.

 

Il Dicembre 2001 in Argentina inizia con il corralito, le misure bancarie restrittive che il Ministro dell’Economia Domingo Cavallo emette il primo giorno del mese.  Il 20 Dicembre il Presidente de la Nación, De La Rua, rinuncia alla sua carica e si dimette.  Il 2 Gennaio Duhalde diventa Presidente. La piazza si riempie di gente. Ho fatto qualche domanda ad Emiliano Guanella, un giornalista italiano che vive in Argentina dall’Ottobre 1999 e di cui in questo blog si è già parlato tempo fa in occasione di un suo libro, “50 volte Diego”. Volevo il punto di vista di un italiano che era qui in quei giorni e che avesse l’occhio lucido ed obiettivo del giornalista. Ringrazio Emiliano per la disponibilità.

Il Dicembre 2001 è stato il momento culmine della crisi Argentina, tu eri qui già da un po’; qual è stato il momento o il fatto che per la prima volta ti ha fatto pensare “qui viene giù tutto” .

Io ero qui dall’ottobre 1999, e già durante tutto il 2000 qualcosa si capiva. Il Fondo Monetario iniziò a chiedere molto di più e l’ arrivo di Domingo Cavallo al Ministero dell’ Economia (20 Marzo 2001 ndr) fu sicuramente un segno di come stavano andando le cose nonostante c’erano alcuni settori che pompavano il sua arrivo come risoluzione dei problemi.  La sua missione era abbastanza specifica, portare a termine certe politiche tra cui quella di bloccare i depositi ed in un certo senso cercare di fare un succo con delle arance che erano già del tutto spremute.  Questa era una situazione paradossale, perché si cercava di fare una politica di tagli su un qualcosa che era già distrutto, perché i salari erano già lontani da quello che dovevano essere, perché la disoccupazione era altissima, la produzione era bloccata e quindi era assurdo che  l’Argentina potesse pensare di tirar fuori delle risorse da una situazione del genere.  Detto questo, il corralito è stato decisamente l’ evento che ha fatto capire che la situazione era precipitata.

Dov’ eri nei giorni più tragici e cosa ti è successo?

Io avevo programmato un viaggio in Italia, era la prima volta che tornavo per Natale.  Le manifestazioni per il corralito erano già iniziate ma si pensava che fossero di quelle cose che durano una settimana poi tutto torna alla normalità, come succede spesso.  Quindi io parto per Milano, il 17 ed il 18 vado a Roma per questioni di lavoro ma vista la situazione che era scoppiata in Argentina vado a Fiumicino e prendo direttamente un volo per Buenos Aires senza fare Natale e senza nemmeno ripassare per casa a Milano a prendere le mie cose.  Dal 21 in poi ho praticamente passato piú di un mese lavorando 15 ore al giorno tutti i giorni ed è stato un periodo professionalmente incredibile; però insomma, perché c’erano un sacco di storie da raccontare, la routine di quei giorni era di giorno raccontare il disastro, i protagonisti politici ed i Presidenti che si susseguivano, tutte le emergenze dominate dall’irrazionalità e di notte raccontare la protesta perché tutte le sere dalle 18 in poi c’ erano i cazerolazos che a volte si trasformavano in scontri forti.  Alcuni fatti erano conseguenza naturale dello scontro tra polizia e manifestanti mentre altri era chiarissimo che erano costruiti ad arte.   E’ palese che la crisi c’è stata, che la protesta c’è stata, però anche che certi scontri di piazza sono stati costruiti per destabilizzare ed accelerare il processo che si voleva: che Duhalde ed il Peronismo della Provincia di Buenos Aires andassero al potere, come poi è successo. Con Duhalde la situazione della piazza si “tranquillizza”, nel senso che non ci sono più le grandi proteste; continuano i blocchi stradali, i piqueteros ma non ci sono le proteste di migliaia e migliaia di persone. Tutto il 2002 per me e la mia professione è il racconto del paese che lentamente cerca di uscire dal tunnel; c’era tantissimo interesse perché poi c’erano delle forme di resistenza anche semplici che erano storie di una società che aveva voglia di tornare alla normalità nonostante tutto fosse distrutto, le fabbriche chiuse, il calcio, le file al Consolato italiano, le tensioni ancora forti, insomma una polveriera incredibile dove le storie da raccontare era davvero tante.

Nel 2001 c’è chi ha perso qualcosa, chi ha perso tutto ma anche chi ha guadagnato molto in una situazione tragica, come gli esportatori.

La ragione per cui l’ Argentina oggi sta bene è perché c’è una campagna che esporta e vende in dollari i prodotti che sono consumati in pesos.  E’ la ragione per cui il governo argentino oggi ha cassa, si può  permettere di avere dei piani di assistenza sociale e di non dipendere dal Fondo Monetario, perché ha le royalties sull’ esportazione di questi prodotti.  In realtà questa è una “repubblica della soia” che si basa soprattutto sull’ agribusiness e se andiamo a vedere, le entrate fiscali del governo dipendono per più del 50% dalle royalties sulle grandi esportazioni.  Lo scontro che c’è  stato tra Cristina Kirchner con il cosiddetto campo è stato per lo più mediatico, perché non raccontava la veritá della situazione; il governo voleva di più da quella che oggi è la fonte principale di ricchezza del paese, come lo sono altre materie prime per altri paesi sudamericani.  Questa è una grande differenza che c’è con l’ Europa; qui ci sono le materie prime ed anche se in gran parte sono vendute da privati come nel caso della soia, lo stato pone delle tasse altissime che i produttori pagano perché nonostante questo continuano a guadagnare tantissimo.  La ricchezza proveniente dalle esportazioni del campo è la ricchezza dell’ Argentina, senza questo il paese dovrebbe probabilmente ancora dipendere dal Fondo Monetario.

Menen con la sua epoca  denominata “pizza y champán”, è visto come uno dei principali responsabili di ciò che è avvenuto e la crisi conseguenza della sua gestione del paese negli anni ’90. Menem è stato rieletto Senatore di nuovo. Ne parlano tutti male, in pubblico, ma poi?

Menem ha rappresentato e rappresenta in un certo modo una caratteristica dell’Argentino, non l’unica ovviamente e fortunatamente, come Berlusconi in Italia. Una società individualista dove il furbo è il più intelligente, dove la meritocrazia non è diffusa, dove le regole del gioco cambiano e soprattutto dove nessuno si scandalizza né per i casi di corruzione ne per il fatto che un Presidente ostenti ricchezza e in qualche modo spregio delle regole.  Menem che girava in Ferrari o che invitava Xuxa (nota presentatrice tv brasiliana, ndr) alla Casa Rosada è l’ equivalente del bunga bunga di Berlusconi; rappresenta un principio per cui se a lui va bene andrà bene anche a tutti noi.  Menem nel 1995 fu rieletto con una percentuale altissima e dopo tutto quello che era successo, dopo la crisi, dopo che era chiarissimo che l’ 1 a 1 Peso-Dollaro fu sbagliato all’inizio ma soprattutto che fu un errore non uscirne prima, nel 2003 viene votato ancora dal 25% della popolazione.  Il modello Menem era vincente e trionfante negli anni ’90 allo stesso modo come per 14 anni Berlusconi è stato appoggiato dagli italiani.  Se andiamo poi a vedere i numeri elettorali, forse alcuni di quelli che hanno votato Menem hanno poi votato De La Rua e ora votano Cristina, anche questo è il Peronismo che accetta qualsiasi posizione, al punto che oggi Menem è stato inserito e rieletto Senatore con una lista che appoggia Cristina Kirchner, dopo anni di critiche verso la Presidente.

La crisi Italiana, la crisi Argentina. Quali sono secondo te le cose che accomunano i due paesi in questa situazione?

Ci sono delle somiglianze dal punto di vista della crisi.  Ma ci sono delle grandi differenze economiche.  Differenze perché il debito pubblico dei paesi Europei è diverso dal debito estero che aveva l’Argentina, per la struttura sociale ed economica del paese e sia perché l’Argentina arrivò a delle conseguenze come il corralito che sono misure possibili solo in paesi che non sono legati in una unione economica come quelle dell’Italia con l’Unione Europea.  In Sudamerica ogni paese decide per sé e non in base a quello che dice il Mercosur.  Penso che in Italia non possa succedere quello che è successo in Argentina semplicemente per il fatto che non sarebbe possibile che all’ interno della UE uno Stato possa bloccare i conti correnti.  A livello macro economico il rapporto fra peso e dollaro può avere delle somiglianze molto lontane con il passaggio dalla lira all’euro. La competitività delle imprese italiane è cambiata;  prima erano più competitive perché aveva più valore il made in Italy, perché c’era un sistema industriale molto solido ed anche perché vendevano prodotti in lire, una moneta debole, in mercati dove in quella maniera si poteva vendere molto bene.  L’attuale mancanza di competività dell’ Italia è dovuta in parte anche a questo. A livello di sensazione generale secondo me, italiani e argentini sono molto simili, ci mettono sempre troppo tempo a rendersi conto delle cose, non vedono e non vediamo la mazza fino a quando non la si prende in testa.  In Italia c’era un Ministro dell’ Economia che fino a cinque mesi fa diceva che il paese era fuori dalla crisi mentre ora ci siamo dentro e pagheremo con la manovra che verrà emanata.  Quello che ha insegnato l’argentina è che l’ Argentino si incazza ed ha la capacità di creare una protesta, cosa che in Italia non esiste, perché siamo ancora convinti di far parte del primo mondo e che certe cose succedono solo nelle Repubbliche del terzo.  In realtà mi auguro che qualcosa di questo sia vero perché spero che l’ Italia da qui ad un anno non viva la stessa situazione che ho visto vivere in Argentina nel 2001. Le situazioni sono diverse però gli italiani e gli argentini sono molto simili nell’accettare che le regole non sono uguali per tutti, che chi non paga le tasse è furbo ed il furbo vince, e sono simili anche nell’illudersi che vada tutto bene.  Il “pizza y champán”, con gli argentini che andavano in vacanza e sperperavano perché avevano una moneta che assomigliava al dollaro senza rendersi conto che era proprio quella moneta che stava distruggendo il paese è molto simile alla nostra situazione: italiani che fino a poco fa o forse ancora adesso riempiono i luoghi di villeggiatura e fanno mutui per avere il suv.  Ma questa è una cosa antropologica e non scientifica; a livello economico le due cose sono molto diverse.

A proposito di proteste, quali differenze vedi tra quelli di 10 anni fa e quelle di oggi?

Credo che il 90% delle proteste di oggi siano gestite da gruppi organizzati e non spontanee come qualcuno crede.  Le proteste che oggi si vedono nel centro di Buenos Aires tutti i giorni, sono nella stragrande maggioranza manifestazioni che difendono interessi spesso di casta, di un sindacato o di un altro.  Il 2001 fu un caso anomalo della protesta argentina e quella sì che era una protesta spontanea.  Erano proteste che venivano da situazioni diverse e che per un momento sembravano unirsi ma già dopo poco mi resi conto che ciò non sarebbe stato possibile.  C’era la protesta dei piqueteros, di gente che chiedeva un piano sociale o un lavoro, perché soffriva indigenza e povertà e altre persone che legittimamente si univano alla protesta  avendo in banca 50mila dollari che non potevano tirar fuori.  Ricordo che uno dei motti era “piquete e assemblea, la protesta è una sola”, invece no, perché una protesta era individuale mentre l’altra era collettiva.  Le due proteste si univano ma si capiva che non sarebbero mai rimaste insieme. Infatti quella individuale è morta; la signora di Barrio Norte che era scesa in piazza con la pentola è tornata a casa e non ha più protestato, quella collettiva invece si è politicizzata ed in qualche caso ha ottenuto dei risultati con dei piani di lavoro o le fabbriche recuperate, ma una gran parte si è trasformata in protesta di categoria, per avere un po’ più di potere rispetto agli altri ed anche rispetto al governo.

C’è una foto che racconta e ti ricorda ciò che è successo in Argentina 10 anni fa. Che immagini ci sono in quella foto?

A Buenos Aires è molto simbolico chi arriva prima a Plaza de Mayo e c’erano delle volte che la piazza era dei cacerolazos ed altre che era dell’assemblea.  L’unica volta che credo si siano incontrati davvero sono state le sere del 20 e 21 dicembre, quando in piazza c’era di tutto. Credo che la molla sia stata quando De La Rua il 19 dichiara lo stato d’assedio, e la popolazione dice che non è possibile che si permetta di fare questo. La paura era tanta anche perché nonostante l’Argentina fosse oramai un paese democratico, tutte le persone da 40 anni in su avevano già vissuto gli anni della dittatura; ma quando si sono resi conto che i militari non sarebbero scesi per strada la gente ha preso la piazza.  E la foto è questa, quella di due classi sociali argentine, dal piquetero alla signora 50enne bionda di Barrio Norte, due facce che non si erano mai guardate, che si incontravano per la coincidenza storica del momento, nella stessa piazza, protestando contro la stessa gente, gridando que se vayan todos.  Slogan totalmente fine a se stesso perché poi non se n’è andato nessuno e molti politici sono gli stessi di 10 anni fa, che hanno cambiato bandiera e discorso. Poi un’altra foto è quella del 28 dicembre, quando ci fu un cacerolazo partito da Plaza de Mayo e che terminò a Congreso.  Un cacerolazo pacifico ma la cosa strana era che c’era pochissima polizia a presidiare l’edificio istituzionale al punto che un gruppo di circa 50 persone ha dato fuoco alla porta del Congreso ed a qualche sedia ed un tavolo all’ interno. Era chiarissimo agli occhi del giornalista che era una cosa tutta organizzata, perché era impossibile pensare che non ci fossero poliziotti davanti al Congreso ed infatti Rodriguez Saá il giorno dopo presenta le dimissioni dalla carica di Presidente e poco dopo entra in carica Duhalde.  Era il Peronismo della Provincia di Buenos Aires che era andato con preciso mandato e con il via libera dalla parte delle forze dell’ordine per bruciare il Congreso. La foto nel mondo era il Congreso in fiamme in Argentina ma noi che eravamo lì ci rendevamo conto che era tutta una pagliacciata. Se veramente fosse stata una protesta sociale esplosiva con elementi che volevano distruggere l’ordine pubblico sarebbe continuata, invece miracolosamente con Duhalde che diventa Presidente le proteste diminuiscono velocemente, mentre continuano i cacerolazos che però si spengono anch’essi in poco tempo.

Lorenzzzo

Marchigiano di Filottrano,a 28 anni dice basta e se ne va. Con la convinzione che "la vida es un barco", dopo alcuni avvistamenti nel mondo, nel Gennaio 2011 getta l'ancora nel Rio de La Plata e si ferma a Buenos Aires, dove trova la parola, l'incanto ed il respiro.

Commenti

  1. contattami

    • veramente vorrei trasferirmi in argentina , ma vorrei lavorare con importazioni dall’italia , cosa ne pensate del mangiare italiano e della dieta mediterranea?
      grazie
      nb gli argentini sono figli di taliani tutto torna.

  2. grazie. è un bellissimo post.

  3. Complimenti per il post. Seguo Guanella sul suo blog su lastampa.it e leggo i suoi articoli. Le sue risposte sono semplici ma interessanti anche perchè viste con gli occhi di chi ha vissuto il momento.
    Grazie

    • Giorgio Vaona dice:

      Desidero complimentarmi per l’eccellente articolo.
      C’e’ molta disinformazione sulla stampa economica su cio’ che e’ realmente successo ,articoli di questo tipo ,oggi che in Italia profetizzano una situazione “argentina”,rappresentano la realta’ vissuta da milioni di persone.
      Mi interesserebbe capire cosa e’ successo alle persone che avevano obbligazioni corporate o BEI in valuta diversa da dollari es.Yen,franchi svizzeri,sterline , sono state convertite in pesos ?
      Cosa e’ successo ai possessori di cassette di sicurezza ? Hanno sequestrato i beni ,oppure le persone hanno potuto accedervi dopo un certo periodo di tempo?

      Ringrazio per chi vorra’ dare delle informazioni
      Giorgio

      • Giorgio, le cassette di sicurezza non sono state toccate, nonostante i rumori. Non so cosa sia successo ai titoli privati in valuta straniera; se ho capito bene le obbligazioni BEI sono emesse in Europa (…), sicché dubito che ci fossero mezzi legali per metterci le mani, ma ci vorrebbe qualcuno più esperto di me (e ci vuole poco). Saluti!

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