Un Dicembre argentino di 10 anni fa – IIª parte

L’intenzione non è quella di iniziare l’anno nuovo parlando di cose vecchie, ma poco tempo fa, quando ho pensato di scrivere il post sul Dicembre Argentino del 2001, l’idea era quella di portare due testimonianze; una di un italiano che viveva qui in quell’epoca e un altra di un argentino, uno di quei personaggi che la società chiamerebbe “una persona comune”.  Due persone che hanno vissuto quei fatti in maniera completamente diversa, naturalmente. Uno dall’esterno, da giornalista attento e lucido, ed un altro che invece nella crisi ci stava dentro e ci dà delle risposte molto più personali.  Dopo Emiliano Guanella quindi ho passato la parola a Michel.  La prima volta che ho chiesto a Michel se era disposto a fare una chiacchierata su questo argomento mi ha dato un secco no.  Mi ha detto che erano diversi anni che non ne parlava e che non voleva neanche pensarci.  Per lui quei fatti sono come una storia vissuta in un altra vita e che ora fa troppo male riportare a galla; dopo poco tempo però mi dice che ci ha ripensato, che quella mia proposta lo ha fatto ripensare a quei fatti, che parlarne non era poi una cattiva idea e che sì, questa intervista la facciamo.  Grazie per la disponibilità, Michel.

Il Dicembre 2001 fu il momento culmine della crisi economica Argentina, quale fu il fatto che ti fece pensare per la prima volta “qui viene giù tutto”?    

Il corralito, senza dubbio.  Ricordo che iniziavo a vedere le file nelle banche ed agli sportelli automatici e non capivo perché c’erano queste code; subito dopo ho capito che non si poteva prelevare denaro dal proprio conto.  In quel momento sentivo una realtà differente, non potevo avere a disposizione i miei propri soldi.

Dov’eri nei giorni più tragici e cosa ti è successo?

Ero andato a Jujuy con la mia famiglia e poi sono andato da solo a passare alcuni giorni in un paesino perso tra le montagne, diciamo un luogo senza comunicazioni dall’ esterno, dove per parlare al telefono si doveva fare un lungo percorso prima di trovare il segnale.  Lo feci, quel percorso, e parlai con un amico che mi raccontò dei saccheggi nei supermercati di Buenos Aires.  Credo che io in quel momento mi trovavo nel miglior luogo d’Argentina.  Un posto dove neanche le cattive notizie potevano contaminare il paesaggio o il latte delle capre.  

Quanto ha inciso la crisi nella tua vita, quali probemi ti ha principalmente creato? 

 Dopo 10 anni passati lavorando in una multinazionale molto conosciuta, sono rimasto senza lavoro come la gran parte della popolazione.  I miei genitori morirono nel giro di pochi mesi.  I concetti di solidità, sicurezza e fiducia, con rispetto a certe istituzioni, non esistevano più: una impresa n.1 al mondo mandava a casa la metà dei lavoratori e una banca in cui avevo versato dollari mi restituiva pesos, al cambio che la banca decideva.  Il governo proteggeva una banca privata invece di un povero lavoratore. L’abbandono sociale innescava il “que se vayan todos”.  Rimasi un anno senza lavorare e in una situazione molto critica.  Mi ci volle molto tempo per recuperarmi, economicamente e non solo.  Il concetto di affidabilità delle banche cambiò molto.

Il 20 Dicembre 2001 De la Rúa si dimette dalla carica di Presidente della Nazione; fu una buona o una cattiva notizia per te nel contesto di quell’epoca?

Qualsiasi cambio lo vedevo come qualcosa di positivo, l’apparizione di una speranza.  L’arrivo di De la Rúa alla presidenza credo fu un riflesso di quanto stavamo democraticamente male.  Eleggemmo un incapace.  Le sue dimissioni furono una buona notizia sicuramente ma non c’era niente da festeggiare, in quel momento niente poteva essere motivo di festeggiamento.

Il Paese in pochi anni è passato da una situazione dove non si poteva fare niente per difendersi dalla dittatura militare ad una condizione dove non si poteva fare niente per difendersi dalle banche.  Di chi sono le responsabilità?

Direi meglio interessi e senza parlare del caso militare se proprio devo trovare delle responsabilità sono convinto che sono dentro al Paese. Come ho detto prima, si privilegiarono gli interessi privati delle banche che diedero il colpo di grazia alla gente, avendo in quel momento il potere di restituire pesos invece che dollari nel migliore dei casi, e non restituire niente o farlo come e quando le stesse volevano, nel peggiore. Insisto nella mia opinione, le responsabilità sono dentro al Paese e sono delle persone che non verranno mai giudicate come invece sta succedendo con i militari, nonostante abbiano fatto del male come questi ultimi.

Nel 2001 ci sono state persone che hanno perso qualcosa, altre che hanno perso tutto ma anche chi in quell’epoca ha guadagnato economicamente molto. Hai un po’ di rabbia verso costoro?

La verità è che se ho della rabbia è nei confronti delle banche. Non so bene chi ha fatto soldi con quello che è successo, ma so che le banche sono ancora in piedi e con un sorriso istrionico continuano a dirmi che devo avere fiducia in loro e che ogni giorno hanno un buon piano di benefici per me.  Se c’è qualcosa che mi fa rabbia è questo.  Che non abbiano vergogna e continuino a dirmi che devo avere fiducia in loro, come se fossi un extraterrestre e non fossi a conoscenza di ciò che hanno fatto 10 anni fa qui sulla Terra.

Menem con la sua amministrazione degli anni ’90 è visto come uno dei principali colpevoli della crisi.  Poco tempo fa Menem è stato rieletto un’altra volta senatore.  Ne parlano tutti male in pubblico ma poi?

Credo che Menem ci abbia fatto vivere per qualche anno come dentro una bolla di sapone. Quella stessa bolla era una truffa. Noi abbiamo la responsabilità di avergli creduto. Credo che già da tempo sia pronto per il museo ma non ho risentimento, o più che altro non mi interessa pensare a lui.

C’é una foto che descrive, racconta e ti ricorda quello che è successo?  Che immagini ci sono in questa foto?

In questa foto ci sono sicuramente i cacerolazos davanti alle banche. Persone di tutti i generi ma in particolar modo della classe media, fino alla classe medio-alta; persone che non si erano mai lamentate fino a quel momento perché mai qualcuno aveva messo le mani nelle loro tasche, mentre in questo caso ci toccò quasi a tutti.  Dico quasi perché qualcuno (come i padroni delle banche) si è salvato.  Quello che mi chiedo è se questa foto sia servita a qualcosa, se oggi qualcosa sia cambiato. In quell’epoca ebbi la possibilitá di parlare con un dirigente di banca in una riunione informale, senza cravatte, e quando gli chiesi cosa sarebbe successo con la mancanza di fiducia che si era creata verso le banche lui mi rispose: “la gente dimentica presto, un paio di anni e neanche si ricorderanno di ciò che sta succedendo”.  Purtroppo credo che quel tipo avesse ragione, oggi continuo ad avere un conto bancario perché forse altrimenti sarebbe molto difficile appartenere alla società.  Questo nonostante sia convinto che tenere soldi in una banca non è affatto sicuro.

Ogni paese ha avuto ed ha una epoca buona ed una cattiva, ci sono paesi che vivono costantemente in tempi duri ed altri che alternano le due situazioni. L’Argentina è uno di quei paesi dove la stessa generazione ha visto più crisi nella propria vita, ha visto il paese distruggersi e ricostruirsi, decadere di nuovo e rialzarsi ancora. Quante vite hanno gli Argentini?

Sì, ci sono state molte crisi ed io con i miei 54 anni ne ricordo due che marcarono la mia vita da adulto. A questa domanda però aggiungerei due parole, ossia, “quante vite hanno gli Argentini che sopravvissero“, perché questa crisi causò molte perdite difficili da quantificare.  Credo che la società si ammalò e rimasero solo i più forti. Cosa successe al signore che aveva tutti i suoi risparmi in banca e gli prese un infarto quando la stessa le disse che non poteva toccare quei suoi soldi? Cosa successe ai suoi figli? E quel signore che rimase per strada perché perse il lavoro, gli prese una forte depressione e le sue figlie dovettero andare a lavorare? Che successe con i sogni del lavoratore? E dell’immagine di sforzo e di studio per crescere? L’immagine del trionfo del merito ha perso molto valore, i giovani vedono più possibile il successo attraverso un Reality che studiando, lavorando e arrivando in orario tutti i giorni.  Questa è la vita che abbiamo perso – o alcune delle nove che avevamo.

Lorenzzzo

Marchigiano di Filottrano,a 28 anni dice basta e se ne va. Con la convinzione che "la vida es un barco", dopo alcuni avvistamenti nel mondo, nel Gennaio 2011 getta l'ancora nel Rio de La Plata e si ferma a Buenos Aires, dove trova la parola, l'incanto ed il respiro.

Commenti

  1. Bellissimo post, Lorenzo! Grazie ancora!

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