Ana María Bovo

foto: santafeciudad.gov.ar

Quando nel 2008 sono venuto per la prima volta, faccia allegra da italiano in gita, a pestare le pietre delle strade di Buenos Aires, mi si fece assistere a uno spettacolo scritto e diretto da Anna Maria Bovo, di cui pur sforzandomi non ricordo il titolo. Ad ogni modo lo spettacolo mi colpì molto perché mi fece rendere conto di quanto il mio spagnolo fosse lacunoso e carente, tanto da non farmi capire pressoché nulla dell’opera. La considerai un’esperienza iniziatica e decisi di continuare a seguire, una volta tornato in Italia, le notizie riguardo a quest’autrice di cui si dicevano grandi cose. Narratrice per censo. Scrittrice per necessità, si dichiara amante dell’oralità e dell’estemporaneo. Curiosa osservatrice del mondo anni fa ha deciso di aprire una scuola per divulgare, diciamo così, le intrasmissibili tecniche della narrazione. Ecco, mi sembra che per un elzeviro possa essere sufficiente. Ora sciolgo la briglia e vi racconto la mia Ana Maria Bovo: maestra, sorriso, parola, silenzio. Uno dei primi crostoni da fessurata quando si emigra è l’adattamento. Ognuno di noi, secondo la propria anímica  inclinazione, sceglierà l’ambiente tematico più affine. Io, narratore per elezione, sono andato a scovare la Bovo che da tempo riecheggiava nelle mie orecchie (anche se con accenti oscuri). Www eccetera ecco la pagina del Curso de Pensamiento Narrativo. Inizia a metà aprile. Manca meno di una settimana. Il caso non esiste.  Pago la quota e mi presento alla prima lezione introduttiva in cui Ana presenterà il gruppo di docenti e darà il via alle danze. Uno stanzone afoso dell’ultimo piano di una scuola in Guatemala y Thames. Pieno Palermo viejo. Siamo tanti. Più di 50. Penso fra me e me “sto assistendo all’esprimersi di uno dei caratteri più controversi dell’argentinità: il gusto, anzi no, la necessità di raccontarsi”. E questo pensiero mi metteva in uno spudorato faccia a faccia con la mia fiorentinità sempre a caccia della pennellata che definisca il tratto, l’accento e in questo assai porteña, nel saperla sempre un po’ più lunga degli altri. Ebbene accade che il rimuginare frenetico di pensieri, il mulinello ellittico di atrocità mentali (ancora non lo sapevo) è l’iperuranio, il brodo primordiale su cui lavora Ana.  Il suo stile, la sua scuola arrivano a far luce in quelle pieghe della memoria dove, pare impossibile, è nascosta la bellezza di ogni individuo. Ecco quindi che nell’arco dei primi 4 mesi del corso riaffiorano personaggi, luoghi, sensazioni, miraggi, accenti, sapori, colori e suoni stratificati nella vita di ognuno e tirati lì in un angolino come scartoffie a cui non si è dato molta importanza. È un rugginoso e cigolante baule che si riapre facendo apparire l’inatteso, il meraviglioso. E Ana e i suoi assistenti,  come in una focina alchemica di apprendisti stregoni, aiutano a tirar fuori a scegliere quello che puó servire e quello che è meglio lasciare per preparare la pozione magica del racconto. Vi ho convinti? No? Aspettate adesso vi racconto cosa mi è succecceso in questi mesi. Certo anche io sono stato travolto dal mare magnum delle sensazioni, dei ricordi. Mi son sentito così tano nel raccontare, perchè a tratti mi mancava la parola, il lessico, la frase idiomatica che solo l’infanzia vissuta in un luogo ti consegna. Peró l’esperienza più grande per me è stato l’ascolto. Le storie di un’Europa in fuga dalle atrocità della guerra, della povertà, della violenza, del saccheggio. Ascoltate dai testimoni in seconda battuta. Figli di quegli italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, ma anche russi, slavi tutti insomma. Spinti dalla vita e dalla voglia di vivere, migliaia di miglia altrove. Abbandonando. Eccole lì quelle facce, quei volti, quelle espressioni  spesso immaginati nelle lettere, nei racconti, nei romanzi del novecento. Eccolo lì quella brulicare di genti che, valigia di cartone alla mano, saliva il pontile di transatlantici dai nomi patriottici. Eccolo li il neorealismo. Ana ti ci accompagna dentro e che tu lo voglia o no ne fai parte e lo senti.
Narratrice per censo, dicevo, speculatrice dell’intenso. C’è anche del teatro nella sua tecnica ma non troppo. C’è della musica, ma quanto basta a scatenare il ruggito del ricordo unico vero metro, il solo scomposto primo passo che con educata dolcezza Ana ti porta a trasformare in armonica danza di pura oralità.

Commenti

  1. A la milonga, Gespo, non so cosa dire…anzi..un po’ lo so: leggerti è stupendo, ogni parte di me viene coinvolta e travolta in questo ondulante narrar e “e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

  2. Eeeh Flavia accipicchia finirò per crederci davvero ai tuoi commenti
    Ad ogni. Modo un saluto a tutta l’Argentina dal Gespo in Bolivia

  3. J Tarducci dice:

    Tengo 38 años argentinos y 20 italianos, entonces cobra altura tu escrito.

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